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Movimento delle donne e lotte sindacali in trentino

Trento, 1968 Un luogo e una data simbolici, che rimandano ai movimenti studenteschi, alle rivendicazioni operaie, a quella rivoluzione politica, culturale, generazionale che dilaga nel mondo. Ma la piccola e isolata Trento è anche una delle prime città italiane in cui fa la sua comparsa il cosiddetto neo-femminismo, o femminismo di seconda ondata. Un fiorire di gruppi, collettivi, manifestazioni, dibattiti pubblici, iniziative politiche, culturali e sindacali. Gruppi di donne - studentesse, lavoratrici, casalinghe - che hanno portato avanti le istanze legate all’autodeterminazione, ai temi del corpo, dei diritti e della sessualità.

Il progetto FemMe (Femminismo e memoria) vuole mappare e ricostruire questa storia purtroppo sconosciuta ai più, restituendo alla collettività una parte importante del patrimonio culturale locale e nazionale.

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Dentro e oltre il 68

"Ci chiamavano italiani: “Quelli lì sono italiani” dicevano. Io venendo da Milano ero un po' stravolta: una cittadina piccolissima, con la gente chiusissima, mi hanno rifiutato di vendermi un paio di scarpe in un negozio perché appunto ero italiana”.
(Intervista a studentessa di Sociologia e attivista femminista)

Tra le strade della conservatrice e sonnacchiosa Trento si muove un vento di cambiamento: giovani venute/i da tutta Italia si riversano sulle sue strade lastricate in porfido, solcate fino a quel momento solo dal passo degli abitanti. Una città, poco più di un paese, che si trova improvvisamente al centro di un processo di modernizzazione dal forte impatto. Nasce infatti, nel 1962, l'Istituto Universitario Superiore di Scienze Sociali: un progetto fortemente voluto dall’allora Presidente della Giunta Provinciale, il democristiano progressista Bruno Kessler. Una“modernizzazione moderata”, pensata da un lato per sprovincializzare un Trentino arretrato e povero e, dall’altro, per sfornare una generazione di giovani tecnocrati, capaci di governare i nuovi apparati dello stato, il boom economico e l’Italia della modernizzazione. In tanti, ragazzi e ragazze, arrivano da tutt’Italia per studiare questa scienza semi sconosciuta e moderna, che suona come una promessa di novità. E poi, si tratta della prima facoltà a cui si può accedere anche con un diploma di istituto tecnico e non solo provenendo dal liceo: una novità assoluta per l’Italia del tempo, caratterizzata da un sistema formativo improntato alla rigida canalizzazione tra scuole professionali, istituti tecnici e licei. Si apre così a Trento la prima, storica breccia nella “fortezza classista del sistema universitario italiano” (Balestrini e Moroni, 1988, p. 206). Molto cambierà nella piccola città del profondo nord-est, anche a seguito di questa scelta, che contribuirà ben presto ad innescare un processo di cambiamento assai diverso, rispetto alle iniziali intenzioni di Kessler.

Tuttavia, l'avvio dell'impresa è piuttosto problematico: nel maggio del 1965 il Senato italiano, alle prese con il riconoscimento del nuovo Istituto (e dunque con la sua trasformazione in Facoltà), declassa il titolo da laurea in Sociologia a laurea in “Scienze politiche e sociali a indirizzo sociologico”. La nuova disciplina viene fatta rientrare nei ranghi della ben più paludata Scienza politica (istituzionalizzata come Facoltà sotto il Ventennio fascista). Uno smacco enorme per le/gli studenti, che infatti non ci stanno e, riunitisi in assemblea (una modalità del tutto inedita nel panorama universitario di allora, regolato dalle associazioni di rappresentanza studentesca), il 24 gennaio 1966, decidono di occupare la sede di via Verdi.


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Chiedono a gran voce che il proprio titolo di studio sia un laurea in Sociologia e non in Scienze politiche, riconoscimento che otterranno nel giugno dello stesso anno, dopo 18 giorni di occupazione. Un primo esperimento di rivolta, dai tratti corporativi, che viene visto con simpatia e favore sia dell’autorità politica, sia da quella accademica, così come dalla cittadinanza, che fu solidale con le/gli occupanti, portando viveri e vettovaglie. La seconda occupazione, sempre del 1966, è soprattutto politica, benché conservi ancora tratti parzialmente corporativi, e riguarda il mancato coinvolgimento delle/gli studenti nella stesura del nuovo statuto e piano di studi della Facoltà. La promessa, infranta dall’autorità accademica, di formare una commissione paritetica tra studenti e docenti è la scintilla che accende questa seconda mobilitazione. Le/gli studenti ideano un piano di studi alternativo, frutto di un lungo lavoro di riflessione critica sulla figura del/la sociologo/a “per rifiutarne la neutralità [...], nella misura in cui il sociologo opera su una realtà che non può che essere politica” (Osservazioni sullo statuto e il piano di studi nella diversa elaborazione della direzione dell’istituto e della commissione studentesca, documento del Movimento studentesco, novembre 1966).


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Sempre nell’autunno del 1967, principalmente su iniziativa di Renato Curcio e Mauro Rostagno, prende vita la cosiddetta Università Negativa, esperimento al quale inizialmente prenderanno parte anche le/i docenti. Ai controcorsi di questa università auto-organizzata - tra aule, corridoi e lunghissime discussioni al bar - si studia a più non posso, perché la rivoluzione di Sociologia a Trento è una rivoluzione colta, fatta da gente che ama capire il mondo e mettere il naso nelle questioni. Si studiano testi e autori critici: Marx, Freud, Jung, Marcuse, la Scuola di Francoforte; ma anche l’operaismo italiano, Mao, Lenin, don Milani e Malcom X. Nella notte fra il 30 e il 31 gennaio del 1968, in seguito ad un’assemblea studentesca protrattasi dalle 19 alle 4 di mattina, la maggioranza votò per una terza occupazione, la quale durò due mesi e sette giorni, dal 31 gennaio fino al 7 aprile (una delle più lunghe in Italia). Se il 1968 rappresenta a livello globale il momento più esplosivo della contestazione studentesca, questo acme non nasce dunque dal nulla. Il fatto che gli studenti della Facoltà di Sociologia di Trento si fossero mobilitati già da tempo per studiare la società e cambiarla fu determinante per fare di Trento una caso particolare nel quadro nazionale e non solo. Trento si caratterizza, come abbiamo visto, per il carattere intellettualmente avanzato del movimento. Inoltre, il caso trentino è specifico e inedito anche perché la protesta nasce proprio dall’interrogarsi sul senso di ciò che si studia. I/le future/i sociologi/ghe, in netto contrasto con il disegno originario di Kessler, vogliono fare della sociologia uno strumento di sovvertimento del sistema, anziché di gestione dello stesso.

Proletari di tutto il mondo, chi vi lava i calzini? La rottura delle donne nel movimento studentesco.


"Partecipavo alle assemblee. C'ero e stavo là seduta, però capivo che là c'era qualcosa che non andava: “Ma come, io non sono mica venuta qua per fare da sponda ai maschi! Io sono venuta per fare un altro discorso, ma com'è che non funziona? Com'è che le donne non parlano? Non parlavano, non decidevano niente.”
(Intervista a studentessa di Sociologia e attivista femminista)

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Tra le aule occupate, però, l’idillio comunitario comincia a incrinarsi: nonostante gli afflati antiautoritari, la critica al potere e alle gerarchie, la voglia di cambiare “tutto e subito”, qualcosa non va. L’onda di ribellione alla vecchia società, a ben guardare, conserva tratti di quel vecchio sistema e l’esperienza dell’occupazione si trasforma, per le studentesse di sociologia, da momento di entusiasmo e di partecipazione, in una ripetizione di schemi e ruoli già conosciuti. “Detersivo alla mano le studentesse danno anche in questo senso il loro contributo alla riuscita dell’agitazione” si legge nella didascalia che accompagna una foto sul giornale L’Adige, dove sono ritratte due ragazze chine sui secchi tra i lavandini della facoltà. In un altro articolo si legge “In fin dei conti non si può neanche dire che vada proprio male per gli occupanti, hanno persino le ragazze che servono loro il caffè”. Un altro problema, anche quello ben radicato nei sistemi di autorità, è costituito dal complesso intreccio tra potere e sessualità nel movimento. La contraddizione più lampante è quella del cosiddetto “libero amore”, con le accezioni ben diverse che uomini e donne ne davano: per i primi, spesso una definizione dietro cui nascondere scorribande erotiche autocelebrative, per le seconde l’ennesima gabbia concettuale che le etichetta come “bacchettone” se non cedono alle avances dei compagni.

"E poi facevano una cosa che a me disturbava tanto: i leader si dividevano le ragazze più carine per portarsele a letto. Io mi ricordo al Bar Duomo che dicevano “Tu chi ti porti a letto stasera? Tu ti porti la Silvia, tu ti porti quella...”. Andare col capo era un onore, andare con chi comandava era un onore…”
(Intervista a studentessa di Sociologia e attivista femminista)
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Il malessere dunque serpeggia, ma non si è ancora fatto discorso collettivo. Nel frattempo , si costituisce un gruppo di studio composto da quattro ragazze - Gabriella Ferri, Elena Medi, Silvia Motta e Luisa Abbà - e da un ragazzo - Giorgio Lazzaretto. Il gruppo lavora insieme su un una tesi di laurea che verrà discussa nel 1971 e, una volta pubblicata nel 1972 da Mazzotta, con il titolo “La coscienza di sfruttata”. Il testo diventerà uno dei punti di riferimento teorici del movimento femminista italiano, anche se in quelle prime, lunghe conversazioni, nell’appartamento di via Belenzani, il gruppo non sapeva quanta strada avrebbe fatto, tanto la tesi, quanto la loro discussione. A Sociologia il legame tra studio e lavoro politico è molto forte e, ancora una volta, proprio su questa commistione verranno gettate le basi per un percorso più strutturato.



Il gruppo di discussione si allarga, trasformandosi in un appuntamento settimanale, che coinvolge sempre più donne. All’inizio si tratta di studentesse, per la maggior parte venute da fuori, poi si aggiungono alcune giovani studentesse e lavoratrici trentine, per le quali la partecipazione è ancora più coraggiosa, poiché avviene a dispetto delle reti di controllo sociale cittadine. Le discussioni si fanno sempre più intense. Giorgio, unico uomo, decide, di comune accordo con il gruppo stesso, di abbandonare gli incontri. Si decide che, da quel momento in poi, ci si ritroverà solo tra donne: è forte l’esigenza di costruire spazi di confronto separati, che garantiscano a tutte libertà e autonomia di espressione.

Gli incontri si tengono inizialmente nella casa del gruppo di studio (in via Belenzani), ribattezzata dal movimento studentesco come “il troiaio”, a eloquente dimostrazione di quanto vi fosse ancora da mettere in questione, tra i giovani rivoluzionari. Ciascuna partendo da sé, si comincia a mettere insieme i pezzi di un racconto che è tanto individuale, quanto collettivo.



"Si partiva da un'elaborazione passata attraverso il proprio vissuto, ma che però veniva portata in modo che gli altri ci si potessero confrontare, perchè se no non è autocoscienza, se no è testimonianza e racconto personale.”.
(Intervista a studentessa di Sociologia e attivista femminista)


"E poi c'era questa spinta che si voleva esserci in un'altra maniera nel mondo, da come ci era stato insegnato e da come avevano preteso. Solo la funzione della parola, il fatto di parlare e dare voce a quelle cose di cui prima non si diceva... questa qui è stata una funzione fondamentale. Che poi voleva dire rinforzarsi nei propri desideri.
(Intervista a studentessa di Sociologia e attivista femminista)

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Si fa strada il metodo allora chiamato ancora all’americana, con il termine “presa di coscienza” (che verrà poi ribattezzato come autocoscienza). Una modalità che arriva dalle femministe degli Stati Uniti: attraverso la condivisione e la discussione di vissuti e sentire, il gruppo e le singole mettono in discussione sia se stesse, sia il contesto politico-sociale e i suoi condizionamenti. Non mancano argomenti legati alla sessualità, parte fondamentale del percorso di presa di coscienza. Oggi può sembrare scontato, ma allora parlare dei propri desideri, del proprio corpo, era un vero e proprio tabù ed è stato un passo avanti difficile ma necessario per donne che provenivano da un’educazione moralista e sessualmente repressiva.
“Il personale è politico” diventa il metodo che spinge ad unirsi in gruppo e a ragionare a partire dalla “politica dell’esperienza”, superando la dicotomia tra pubblico e privato. Una vera e propria rivoluzione copernicana, che rifonda completamente vocabolario e metodo della politica. Finalmente di certe cose si può, anzi, si deve parlare.



“Adesso si parla di autocoscienza, ma lì non era strutturata. La questione era: io sono stata formata da questa cultura, quindi il maiale ce l'ho nella testa. Noi siamo tutte definite da qualcun altro, quindi chi sei veramente? Abbiamo studiato gli uomini che ci hanno definito, abbiamo studiato i testi di filosofia, storia e letteratura, ma noi personalmente, oggi, come ci definiamo?”.
(Intervista a studentessa di Sociologia e attivista femminista)


“Per esempio, una sera che abbiamo cominciato a parlare degli abusi sessuali piccoli: le mani allungate... sai, queste cose così. Poi ci siamo rese conto che non li avevamo mai raccontati e eravamo più del 40%, che è poi la media nazionale, pare”.
(Intervista a studentessa di Sociologia e attivista femminista)


La storia dei movimenti femministi in Trentino parte quindi da questo gruppo. Ed è tra le mura di quegli appartamenti studenteschi che prenderà vita una prima idea di collettivo e, a seguire, un movimento strutturato: le quattro ragazze del gruppo di studio sono diventate molte, le modalit dell’autocoscienza si consolidano, si discute di politica, società, cultura patriarcale; del ruolo delle donne nel mondo del lavoro, in famiglia, nella coppia. È proprio allora, proprio lì, nelle sonnacchiosa, democristiana e un poco benpensante Trento, che nasce il “Cerchio Spezzato”, uno dei primi collettivi femministi in Italia.


Rivoluzione e liberazione: un manifesto politico.



Il manifesto “Non c'è rivoluzione senza la liberazione della donna", a firma del collettivo Il Cerchio Spezzato, è redatto e ciclostilato nel 1971, a quattro anni di distanza da quella prima occupazione in via Verdi e a due anni di distanza circa dalle prime riunioni del gruppo di ragazze. Non si tratta quindi della prima scintilla di un movimento, bensì della messa a punto e riorganizzazione del percorso di confronto collettivo che le ragazze avevano portato avanti sino a quel momento.


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Il manifesto rappresenta un vero e proprio ponte tra il momento di discussione privato e l’uscita pubblica del femminismo trentino. È un documento politico teoricamente ambizioso, che si porta dietro l’esperienza di critica al capitalismo maturata dalle ragazze all’interno del movimento studentesco, declinata però in relazione specifica all’oppressione delle donne. Un’oppressione trasversale ai rapporti di classe e ad essi intrecciata, dunque difficile da cogliere, proprio per via del suo carattere elusivo di categorizzazioni rigide e dogmatisimi. Anche per questo motivo, all’interno del documento si fa riferimento all’esperienza del movimento del black power, che sta divampando in quegli anni negli Stati Uniti.




Le donne, proprio come la minoranza afroamericana, sono oppresse come “casta”, in ragione di un destino sociale assegnato alla nascita. E poi anche all’interno del sistema capitalistico, che su quella oppressione costruisce forme di ulteriore sfruttamento. Di qui il titolo “Non c'è rivoluzione senza liberazione della donna”, che diventerà uno degli slogan più importanti del movimento femminista degli anni ‘70, facendo il giro di tutta Italia. Uno slogan che si può leggere anche al contrario - “Non c'è liberazione della donna senza rivoluzione” - poiché i due nuclei tematici vengono posti come inscindibili e dialetticamente connessi.



Nel documento viene rimarcata l'ingenuità delle speranze iniziali riposte nel movimento studentesco : “Ci eravamo illuse che il gruppo politico, l'agire da militante fosse un mezzo per porre fine ad un ulteriore e precisa discriminazione che passa all’interno della società capitalistica: l’oppressione dell’uomo sulla donna. (...) Questa illusione è stata smentita dalla pratica politica e dall’esperienza”.

“I gruppi di lavoro politico hanno riverificato la nostra sistematica subordinazione: noi siamo ‘la donna del tal compagno’, quelle di cui non si riconoscerà mai la voce, limitate al punto da arrivare a crederci realmente inferiori. L’analisi delle assemblee ci ha portato a vedere un élite di leaders, una serie di quadri intermedi maschili e una massa amorfa composta dal resto maschile e da tutte le donne”. Con queste parole le ragazze del Cerchio Spezzato denunciano una condizione per cui le partecipanti al movimento studentesco subiscono le frustrazioni e le contraddizioni dei compagni, costrette nell’angusto recinto delle eterne ancelle. La conclusione è lapidaria e indicativa di quel che verrà: “Decideremo da noi le posizioni politiche e pratiche da prendere. Faremo la teoria e porteremo a termine anche la pratica. Saremo noi a decidere quali misure, quali strumenti e quali programmi usare per liberarci". Benvenuto femminismo!


Il personale è politico: uscire allo scoperto.


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“Vado al Bar Italia e non c'era una donna, non c'era nessuno! Tutti i maschi, i compagni, lì seduti che sbevazzavano: “Ma dove sono le compagne?” . “Come dove sono? Sono al troiaio” - che era la casa di... siccome erano tutte donne, c'era solo il fidanzato di una. “Sono là, è nato un gruppo femminista”. “Qui? Ma dove sono?” e loro mi danno l'indirizzo, perché io non sapevo dov'era, e subito corro là ed entro. Lo ricordo ancora: stavano sedute intorno al tavolo con gli appunti davanti, hanno alzato tutte la testa a guardarmi.”
(Intervista a studentessa di Sociologia e attivista femminista)

La vicenda del Cerchio Spezzato rompe l’idillio comunitario del movimento studentesco e questo brusco passaggio per i compagni è uno smacco difficile da digerire. Anche per questo motivo il Cerchio Spezzato impiega del tempo ad uscire allo scoperto con documenti o manifestazioni pubbliche (il manifesto, lo ricordiamo, arriva nel 1971). Passare dall’incontrarsi separatamente, nelle case, a diventare vero e proprio soggetto politico sarà un percorso affrontato a piccoli passi.


“Questa è un'altra cosa importante da dire, cioè la separazione dei sessi. Per esempio le riunioni hanno cominciato ad essere solo per donne. E lì sputtanamenti. Sì, il passaggio è stato quello: convochiamo degli incontri di sole donne. Ma questo è stato uno scandalo! Lo facevamo a casa nostra, ma è stato uno scandalo generale!”.
(Intervista a studentessa di Sociologia e attivista femminista)

Se la stesura del documento politico si pone come un momento di importante consolidamento teorico e identitario, c’è però bisogno anche di occasioni concrete per confrontarsi con la dimensione pubblica del far politica. L’occasione prescelta è una mostra dedicata al “black power” nordamericano, che il Cerchio Spezzato decide di organizzare in Facoltà. Come abbiamo visto, già nel manifesto del gruppo viene accostata la lotta delle donne a quella degli afroamericani: “Il processo di liberazione del popolo nero ci ha fatto sempre più prendere coscienza della nostra reale situazione e delle strettissime analogie che esistono tra loro e noi”.


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Sulla mostra fotografica non ci sono date certe. Sappiamo che sicuramente si svolse nell'atrio di Sociologia e venne organizzata proprio dal Cerchio Spezzato. Una delle attiviste ricorda così quel momento, che lei stessa non esita a definire “storico”: è la prima volta che il collettivo esce dal “privato” delle case per diventare pubblico.


"Dovevamo uscire allo scoperto, allora lì c'era il problema di andare davanti ai compagni. Mi ricordo che avevamo fatto un documento e avevamo preparato una mostra che abbiamo fatto nell'atrio dell'università. Avevamo preparato queste fotografie molto belle: erano del black power, quelle col fucile; erano tutte improntate alle lotte dei neri. Quindi, i compagni aspettavano che noi uscissimo come delle belve inferocite. Mi ricorderò sempre che una compagna non aveva il coraggio di uscire, era sulla porta dell’appartamento che diceva “No, non è il momento, non siamo pronte”. Esci! - le ho detto - Questo è un momento storico”. L'ho spinta letteralmente fuori dalla porta".
(Intervista a studentessa di Sociologia e attivista femminista)

Il secondo, importante momento pubblico del gruppo è un’assemblea politica, sempre indetta dal Cerchio Spezzato e aperta a tutte le realtà del movimento. Un banco di prova importante, per condividere il percorso di riflessione sinora fatto, aprendolo all’esterno.


"Da lì poi abbiamo fatto anche l'azione in Università: noi abbiamo indetto un'assemblea in Università aperta a tutti, maschi e femmine. L'abbiamo tenuta e i maschi sono stati anche abbastanza bravi perché avevano il diritto di parola, però si sono tenuti abbastanza schisci. Da quella assemblea è nato il movimento di Trento, non era più il nostro gruppo. Tutte sono diventate femministe, tutte. [...] Quella è stata l'apertura dal gruppo che si riuniva a casa nostra a qualcosa che è dilagato. Dopodiché noi sappiamo anche poco come è dilagato".
(Intervista a studentessa di Sociologia e attivista femminista)

Non ci sono date certe sulla fine dell’esperienza del Cerchio Spezzato, ma il gruppo sicuramente è attivo almeno fino al 1972. In ogni caso, a seguito dell’assemblea pubblica, il movimento femminista di seconda ondata dilaga a Trento, così come in tutta Italia. In città e, non solo, si formano diversi gruppi, attivi in varie zone della provincia, comprese diverse valli (Bassa Valsugana, Giudicarie, Basso Sarca), lontane dalla realtà universitaria e cittadina. Ma furono quelle prime, spericolate ragazze, a segnare l’inizio del movimento femminista locale, contribuendo significativamente, con la loro pionieristica esperienza, anche a quello italiano.



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Corpo e sessualità

"Una di noi aveva comprato questo libro che si chiamava ‘Il matrimonio moderno’. Era di un olandese che era molto esplicito. Abbiamo cominciato a leggerlo nelle camere delle suore, eravamo una decina, appollaiate sui letti e facevamo letture collettive di autoformazione"
(Intervista a studentessa di Sociologia e attivista femminista)


Chi sono queste ragazze?


Venute da tanti posti d'Italia, dalle città e dalle campagne, da famiglie spesso piccolo borghesi, alcune benestanti, altre (poche) proletarie, le studentesse della neonata facoltà di Sociologia hanno in comune una cosa: sanno poco o nulla sul proprio corpo, sul sesso, la contraccezione e il piacere. Nell’Italia di allora un rigido controllo dei costumi e della morale pesava sulle giovani generazioni in cerca di cambiamento. Tuttavia, tale fardello era per le ragazze ben più pesante, in termini di vincoli familiari e diffuso moralismo e stretto controllo sociale e familiare.



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L'Italia di allora è ancora quella del matrimonio riparatore che compensa lo stupro, del diritto di famiglia in cui vige l'autorità maritale, della violenza sessuale come reato contro la pubblica morale e non contro la persona. Il divorzio non esiste, si muore ancora di aborto clandestino e la contraccezione è illegale. Dunque, per forza di cose salute sessuale, aborto, amore e piacere sono temi che cominciano ad essere discussi e molto sentiti. Inizialmente, prima che anche a Trento “scoppi la rivoluzione”, le ragazze ne parlano tra le pareti del collegio femminile, sui letti a castello delle suore, alle Dame di Sion, lo studentato femminile (i ragazzi alloggiano a Villa Tambosi, nella prima collina attorno alla città).



I primi confronti su argomenti come questi, ancora tabù per l'epoca, avvenivano a livello informale: parole sussurrate tra amiche, spesso non senza imbarazzo. Solo in seguito, ancora una volta grazie allo scambio reciproco e al lavoro di autocoscienza, i discorsi deflagreranno come una massiccia e potente rivendicazione politica, che attraverserà tutta la seconda ondata femminista. Si tratterà di una stagione di intense lotte, che metteranno al centro del discorso la libertà delle donne, il diritto all’ autodeterminazione e al piacere, l’affermazione del pieno controllo sul proprio corpo, sulle proprie scelte affettive, sessuali e riproduttive. Ed è strettamente connessa a questi temi una delle grandi lotte portate avanti dalle femministe dell’epoca, nella quale i collettivi trentini avranno un ruolo fondamentale: la depenalizzazione dell’ aborto e la tutela del diritto per ogni donna di poter scegliere come, quando e se decidere di mettere al mondo un figlio.



L'utero è mio: il caso Zorzi



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La mobilitazione femminista per un aborto sicuro, libero e gratuito investe, nel frattempo tutta l’Italia, con radicalità e determinazione. Tuttavia, ancora una volta Trento è protagonista di un caso importante e al contempo dimenticato: il più grande processo “collettivo” per aborto di quegli anni. Siamo a Trento ed è il novembre 1972. Una giovane proveniente da un paesino viene ricoverata d’urgenza all’ospedale civile della città. La giovane poi trasferita in un ospedale di Vienna, dove morirà poco dopo: setticemia, perforazione dell’utero, peritonite. Per la sua morte viene indagato il dottor Renzo Zorzi, medico chirurgo e ginecologo. In una delle vie centrali della città, il dottor Zorzi manda avanti uno studio modernissimo, attrezzato con sala chirurgica, sala raggi e tre lettini per la degenza delle pazienti. Inizia con questo tragico episodio la prima indagine della Magistratura di Trento, che porterà al cosiddetto “caso Zorzi”, uno dei più lunghi e complessi processi per aborto della storia italiana, che vedrà accusate, insieme al medico, ben 264 donne, per il reato di aborto clandestino.

Nel giro di 2 anni si susseguono denunce e mandati di cattura, Zorzi finisce in carcere nel 1973 e dal suo studio vengono sequestrate più di 600 cartelle cliniche. Cominciano a circolare i nomi delle donne operate dal medico: sposate e nubili, esposte alla pubblica gogna dal procedimento penale a carico e dai mezzi d’informazione. Il movimento delle donne denuncia la “coincidenza” perfetta delle tempistiche: il caso giuridico esplode proprio in concomitanza con la presentazione in Parlamento del progetto di legge per la legalizzazione dell’aborto (11 febbraio 1973). Nel febbraio del 1974 dalle cartelle cliniche sequestrate nello studio di Zorzi emergono i nomi di 264 donne con casi di aborto sospetti. Si profila inoltre la necessità di eseguire delle perizie ginecologiche, poiché referti medici non vengono ritenuti sufficienti. Inizia così il processo contro le donne che hanno abortito per intervento del dottor Zorzi, le quali rischiano dai 2 ai 5 anni di reclusione.


Prese di posizione a favore delle donne coinvolte arrivano da innumerevoli gruppi della sinistra, extraparlamentare e non, da singoli e collettivi; il Movimento per la Liberazione della Donna di Roma offre assistenza legale gratuita alle donne accusate. Ma soprattutto, ad attivarsi sul caso è il movimento femminista locale, alle prese con una vera e propria bomba giudiziaria, politica e mediatica.

Presso l’archivio della Fondazione Museo Storico del Trentino è stata ritrovata una nota, redatta ad uso interno dal Collettivo femminista di Trento, gruppo che si era nel frattempo costituito dopo il 1970, sul finire dell’esperienza del Cerchio spezzato, che fu attivo fino alla metà degli anni ’70 circa. Fin dalle prime pagine del documento si rivendicano le azioni svolte in primis per tutelare e sostenere le donne coinvolte. Il Collettivo femminista istituisce infatti una sorta di sportello per offrire consigli e contatti con avvocati disposti a difendere le accusate. “La parola d'ordine con la quale abbiamo affrontato questa situazione è il no a questo e ad ogni processo per aborto” si legge nel testo, datato novembre 1974. “La posizione del Collettivo Femminista di Trento" sul caso Zorzi, in questo caso invece un documento ad uso pubblico, arriva dopo un’attenta riflessione interna. Non è infatti nel metodo e nella prassi femminista “inseguire gli avvenimenti prendendo via via posizione”, facendosi dettare i tempi da cronaca e politica, come si rivendica nel testo. In questo caso, però, il gruppo fa un’eccezione più che giustificata: le proporzioni della vicenda sono cresciute enormemente e ormai la notizia ha superato i confini provinciali, diventando motivo di dibattito in molti gruppi femministi anche di altre città. Soprattutto, più di 200 donne sono travolte da un caso giudiziario e mediatico la cui violenza simbolica e i cui rischi sono pesantissimi.


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La posizione di fondo del Collettivo è chiara e netta. Una donna accusata di aborto subisce una doppia violenza: la prima riguarda la “maternità non scelta” e la decisione complessa di abortire; la seconda riguarda il processo stesso, la sua violenza istituzionalizzata. Il caso Zorzi, come già detto, attira l'attenzione delle femministe di tutt’Italia: Trento si trova al centro del dibattito sull’interruzione di gravidanza, che culminerà con una grande manifestazione il 15 febbraio del 1975. Si riversano per le vie di Trento migliaia di donne giunte da tutta Italia per chiedere a gran voce la depenalizzazione dell’aborto. Mai in città si erano viste così tante persone in piazza, così tante donne, slogan e cartelloni che invaderanno le vie della città, sfilando per il centro storico, sotto lo sguardo basito dei difensori della pubblica decenza.


Al fianco delle donne: solidarietà e rete



“Nel ’76 rimango incinta e abortisco. Trovo questo medico, in Veneto, e abortisco, in maniera… non umana. E lì capisco che non è così che devono andare le cose. Ne parlo con alcune amiche e decidiamo che ci deve essere un’organizzazione. […] Prendiamo questo appartamento, teniamo aperto tutti i giorni e sono cominciate ad arrivare tutte le donne che avevano bisogno di abortire. […] Quando si è sparsa la voce che noi si faceva questo venivano da tutto il globo terracqueo.”
(Attivista femminista Trento)

Alla luce di quanto successo a Trento con il ‘caso Zorzi’ e lo strascico processuale che ne è scaturito, diventa sempre più urgente l’esigenza da parte delle donne di poter abortire in modo sicuro e umano. E là dove la legislazione ancora non è arrivata sono i gruppi femministi locali a trovare delle soluzioni per supportare tutte coloro che hanno necessità di interrompere una gravidanza. Si crea in breve tempo una rete di supporto che coinvolge principalmente i gruppi di Trento, Rovereto e del Basso Sarca, che iniziano a svolgere un lavoro complesso e sfaccettato: dal contatto con i medici disponibili a svolgere l’operazione (spesso fuori provincia, a Verona, in Emilia, a Bolzano), al trasporto della donna verso l’ambulatorio, fino al rientro a casa. In alcuni casi, veniva persino fornito un servizio di day hospital ante-litteram in casa di alcune compagne volontarie. Tutte le donne vengono accolte e aiutate, senza distinzione di orientamento politico: il sostegno materiale e la vicinanza umana veniva data non solo alle donne che erano parte o vicine al movimento, ma a qualsiasi donna si trovasse ad averne necessità. Una pratica, questa, di solidarietà dalla notevole portata politica e sociale, che si sostituisce al vuoto e al ritardo legislativo tramite l’autorganizzazione e la solidarietà tra donne.

“Una volta abbiamo fatto una litigata tra noi, perché venivano anche le donne democristiane a chiedere di essere aiutate: erano contro la legge, cristiane cattoliche che si oppongono, poi quando arriva una di loro la dobbiamo portare, assumerci il rischio?! La risposta è stata: certo. Perché è una donna, a prescindere da ogni appartenenza”.
(Attivista femminista Trento)


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Questa attività, oltre a prevedere un impegno pratico notevole, ha grandi costi personali per le donne dei collettivi: in termini legali, si rischiava la galera, a maggior ragione in un territorio piccolo, dove le voci circolavano in fretta. Spesso le attiviste venivano avvicinate addirittura sul posto di lavoro con la domanda “sei tu quella che organizza per abortire?”. Da non sottovalutare anche l’impatto psicologico di un lavoro complesso e clandestino, che implica la condivisione di un momento difficile ed emotivamente molto intenso con una donna praticamente sconosciuta.

L’organizzazione di questa rete di sostegno avveniva in parallelo ad un intenso lavoro di studio delle proposte di legge sull’interruzione di gravidanza e l’elaborazione di una propria posizione come movimento. È proprio in quel periodo, infatti, che si inizia finalmente a discutere di legalizzazione dell’aborto: la prima proposta di legge viene presentata in parlamento nel 1973 e l’iter sarà molto lungo e accidentato, con diverse proposte avanzate da varie forze politiche e un intenso dibattito, tanto istituzionale, quanto sociale. Non mancava l’intensa mobilitazione di piazza, animata soprattutto dal movimento delle donne e dal Partito radicale. Di pari passo al lavoro politico e teorico, come abbiamo visto, vi era quello di supporto delle donne: una coerenza e fluidità tra pratiche e teoria che dimostra l’ormai consolidata compattezza e capacità di fare rete del movimento femminista, così come una maturità politica non comune per un movimento dal carattere policentrico, diffuso, orizzontale, che rifiutava i meccanismi classici della rappresentanza e della delega.

“Nella mia esperienza di donne che ho accompagnato la cosa che più mi ha colpito era che molte erano sposate, avevano già dei figli e non ne volevano altri, che si affidavano a te... io mi ricordo ancora, come dire, l'affidamento, questo non saper più dove sbattere la testa e aver bisogno di parlare, di affidarsi a qualcuno”.
(Attivista femminista Rovereto)


Arrivano i consultori: dall’autogestione al monitoraggio


La legge che istituisce e regolamenta i consultori arriva in Italia nel 1975 e viene poi recepita sul territorio trentino con una legge provinciale del 1977. Si tratta, è bene sottolinearlo, del punto d’arrivo di un lungo percorso. Ben prima di allora sono i gruppi femministi che organizzano in modo autonomo i consultori autogestiti: realtà auto organizzate, dove si garantiscono visite ginecologiche, informazioni riguardanti la salute sessuale e la contraccezione, luoghi di incontro e discussione collettiva. Un importante esempio sul territorio è il Centro medico sociale di Rovereto.


“Si pensava un po' di organizzarlo sulla falsariga di quelli che erano i centri AIED. A Bolzano ce ne era uno che funzionava molto bene. [...] C'erano due medici che avevano dato la propria disponibilità: uno che si occupava soprattutto di medicina che adesso si chiamerebbe "alternativa", e uno che poi è diventato anche ginecologo dell'ASL, era giovanissimo, appena laureato. Poi c'erano delle iniziative pubbliche, si partecipava e si organizzavano dei dibattiti”.
(Attivista femminista Rovereto)

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Un altro esempio è il Centro di Controinformazione Donna di Trento nato nel 1977 e la cui sede diventa ben presto un punto di riferimento e di controinformazione aperto tre giorni alla settimana. Le attività ruotano sostanzialmente intorno al tema dell’aborto, sia a livello di presa di posizione pubblica, sia di aiuto e sostegno alle donne.
In entrambi i casi tratta di esperienze di carattere fortemente sperimentale e ibrido: luoghi pensati per l’assistenza medica autorganizzata, informazione su contraccezione e salute, ma anche luoghi politici dove le donne si riuniscono per fare autocoscienza e dibattiti pubblici. Ed è proprio da questo da questo tessuto politico e relazionale che nasce la lotta politica perché i consultori vengano riconosciuti per legge e diffusi capillarmente sui territori. Il lavoro dei vari gruppi su questo aspetto è molto intenso negli anni di approvazione della legge provinciale, che come già detto avverrà nel 1977.

Da un lato quindi viene accolta la forte spinta dal basso perché i consultori vengano riconosciuti per legge, ma allo stesso tempo rimane l’esigenza, da parte dei collettivi, che non diventino luoghi burocratici e in cui venga meno l’aspetto autogestito dell’esperienza condotta fino a quel momento. Una volta approvata la legge e dunque sancita l’istituzionalizzazione di quelli che sino a quel momento erano stati centri di e per donne, i collettivi e gruppi attivi si impegnano affinché vengano effettivamente aperti sul territorio, cosa che non sempre avveniva con tempestività ed efficacia.

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“Siamo riuscite a fare un lavoro nel quartiere [Madonna Bianca, quartiere popolare alla periferia sud di Trento] affinché venisse aperto un ambulatorio ginecologico per le donne del quartiere. Abbiamo mobilitato le donne, raccolto firme, fatto incontri pubblici e alla fine lo abbiamo aperto”.
(Attivista femminista Trento)

“Il consultorio c’era per legge, ma ce n’era uno solo a Trento e per il resto niente. Quindi noi abbiamo fatto una lunghissima lotta con le istituzioni provinciali: eravamo sempre da assessori, direttori sanitari eccetera, per far sì che i consultori venissero effettivamente aperti anche da altre parti, oltre a quell’unica sede di Trento. Ma è stata tutta una spinta dal basso, senza quella non è che le cose si muovessero molto”.
(Attivista femminista Trento)


Un diritto non è mai per sempre: minacce e ostacoli ai diritti conquistati


Le leggi sull’interruzione di gravidanza e l’istituzionalizzazione dei consultori rappresentano delle vittorie importanti per le donne. Si tratta di traguardi raggiunti soprattutto grazie ad una movimentazione nata dal basso e che, non senza ostacoli, è uscita allo scoperto per cambiare concretamente le cose. La lotta però non si esaurisce e sia sulla legge n. 194, sia sull’apertura dei consultori si accumulano fin da subito tensioni e dissensi che mettono a rischio diritti e conquiste per cui le femministe hanno lottato duramente.

Il 15 gennaio 1980, 2 anni dopo l’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza, nasce il Movimento per la Vita, ponendosi fin da subito in netto contrasto con la legge 194 e promuovendo un referendum, nel 1981, per abrogarla. Il Movimento per la Vita tenta anche di entrare nei consultori con i proprio volontari. Di fronte al rischio della trasformazione dei consultori in luoghi di contesa cinicamente giocati sui corpi e sulla salute delle donne i gruppi femministi reagiscono immediatamente, facendo sentire tutto il loro dissenso e organizzando la protesta.

“Il Movimento per la Vita da subito prova a entrare nei consultori con i propri volontari per impossessarsi di quegli spazi. Allora noi ci siamo mobilitate molto su questo, c’è stata da subito una forte pressione (...) Abbiamo lottato tantissimo per evitare questa cosa, anche negli anni successivi, perché loro ci hanno continuato a provare anche negli anni ’80 e negli anni ’90. E in tanti casi, in tante regioni, purtroppo ci sono riusciti”
(Attivista femminista Trento)

Inizialmente la posizione del movimento delle donne era critica nei confronti delle numerose proposte di legge per legalizzare l’interruzione di gravidanza che si discutono a partire dal 1973. Il nodo principale di discordia riguarda un aspetto cruciale: più o meno apertamente tutte le proposte di legge affidavano la decisione ultima, quantomeno formalmente, ai medici, ai quali la donna deve rivolgersi per poter abortire. Questo per il movimento delle donne rappresenta un’inaccettabile intromissione nella scelta della donna e nel suo diritto all’autodeterminazione. Un altro aspetto critico riguarda il dibattito politico e istituzionale sulla legge 194, che di fatto non mette in discussione il rapporto di potere sbilanciato tra donne e uomini, e il fatto che una gravidanza non voluta rappresenti l’esito di questa disparità, e di una concezione della sessualità spesso centrata sulle esigenze maschili.
Tuttavia, una volta approvata la legge, le donne si impegnano a difenderla e a far sì che venga attuata: fin da subito infatti si trovano a dover combattere con il fenomeno dell’obiezione di coscienza.



“Noi eravamo 24 ore su 24 all’ospedale (...) Erano tutti obiettori, non c’era nessuno che apriva la porta a queste donne. C’era un medico che veniva da Bolzano al mercoledì, perché aveva deciso di non fare l’obiettore e gli aborti li doveva fare tutti lui, dalla mattina alla sera. La legge c‘era, ma in realtà facevano tutti obiezione, da subito”
(Attivista femminista Trento)

Da subito il movimento, anche a livello locale, denuncia i danni gravissimi dati dall’obiezione, che di fatto bloccano la legge. A Trento il Centro di Controinformazione Donna, insieme ad una donna a cui è stato rifiutato l’aborto, si costituisce parte civile e vanno a processo 5 dirigenti ospedalieri.




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Questa la vicenda: il 4 luglio 1978 una ragazza di Trento si reca all’Ospedale S.Chiara per interrompere la gravidanza ma senza successo, vedendosi costretta a recarsi fino a Firenze per ottenere il diritto di abortire. Il processo viene celebrato nel 1981 e vede sul banco degli imputati alcuni dei più importanti dirigenti del nosocomio civile. L’accusa è quella di omissione di atti d’ufficio, in particolare per non aver garantito un numero sufficiente di posti letto rifiutando il ricovero ospedaliero alla giovane.

Non si tratta di un caso isolato: analoghe lotte si svolgono anche a Rovereto, Pergine e nel Basso Sarca, con presidi davanti agli ospedali, nei reparti di ginecologia e proteste per tutti quei casi dove, un diritto così faticosamente conquistato, non viene riconosciuto.

Mappatura dei Gruppi Femministi


Trento


Il Cerchio Spezzato (1969-1972 circa) Il collettivo nasce a Trento, inizialmente dal confronto interno ad un gruppo di studio che lavora ad tesi di laurea sulla condizione femminile (La coscienza di sfruttata, 1972). Si tratta di uno dei primissimi collettivi femministi in Italia, muoverà i suoi primi passi tra le studentesse di sociologia, per poi espandersi ad una rete sempre più ampia di donne. All’interno del gruppo si pratica l’autocoscienza e, dopo alcuni mesi di discussione, viene prodotto un documento che è un vero e proprio manifesto politico: “Non c’è rivoluzione senza liberazione della donna”. Il documento diventerà un punto di riferimento per tutte le esperienze femministe successive in Italia e il suo titolo diverrà uno degli slogan più famosi dell’epoca.

Collettivo Femminista di Trento (1970-1974 circa) Dal 1970 al 1974 ha avuto la sua sede in Via Suffragio 24. La maggior parte delle notizie rispetto alle attività di questo gruppo provengono dal documento di presa di posizione sul cosiddetto Caso Zorzi. Facevano parte del gruppo principalmente studentesse universitarie, alcune delle quali avevano già ruotato intorno all’esperienza del Cerchio Spezzato. Il Caso Zorzi ha rappresentato per il Collettivo un grosso investimento in termini di risorse e studio. Il culmine di questo lavoro è la manifestazione che si svolse a Trento il 15 febbraio 1974 (uno dei periodi più caldi del caso politico sugli aborti in Trentino), a cui parteciparono diversi gruppi e collettivi anche provenienti da fuori provincia.

Coordinamento Donne CGIL (1976-?) Nasce principalmente in seno al mondo della scuola, ambito di lavoro di molte delle attiviste provenienti dal movimento. Il Coordinamento Donne CGIL si costituisce con un duplice obiettivo: avviare una riflessione sul ruolo delle donne nella società e nel mondo del lavoro, rivendicando spazi a livelli di quadri dirigenti per sottolineare la specificità delle donne sul posto di lavoro.

Centro di Controinformazione Donna (1977-?) Il gruppo nasce nel 1977 ed ha sede inizialmente in via Travai, successivamente in via Suffragio. Ne fanno parte donne provenienti da esperienze politiche “miste”, tra cui il PCI e Lotta Continua. La sede diventa un punto di riferimento e di controinformazione aperto tre giorni alla settimana. Le attività ruotano sostanzialmente intorno al tema dell’aborto, sia a livello di presa di posizione pubblica, sia di aiuto e sostegno alle donne.

Coordinamento Donne Trento (1979-?) Il gruppo nasce informalmente in occasione della scadenza del referendum del 1980 sulla legge 194. Le donne che hanno avuto precedenti esperienze politiche e in gruppi femministi si uniscono per tentare una sintesi sul tema della legge sull’aborto: un intento unitario che però ben presto mette in evidenza le differenze interne al movimento. La posizione finale è quella di modifica e non di totale abolizione della legge, obiettivo per il quale il Coordinamento lavorerà intensamente e che, una volta concluso il referendum, sfocerà nella costituzione del Consultorio. Il Coordinamento donne si è costituito in associazione nel 1989, con sede in via Dogana. La sua attività è stata strategica, nel corso degli anni ‘80 e ‘90 (gli anni del cosiddetto “riflusso”), per la tutela e l’implementazione di leggi importanti (interruzione di gravidanza, istituzione dei consultori ecc.). Nel 1997 il Coordinamento ha attivato la prima linea telefonica di aiuto alle donne vittime di violenza. Un percorso che si è consolidato, nel 2002, dando luogo al primo Centro Antiviolenza per donne in situazione di abuso attivo a Trento.

Gruppo Madonna Bianca (mancano gli anni) Non vi è certezza sulla data d’inizio di attività di questo gruppo, che ha sede nella primissima periferia cittadina (il rione popolare di Madonna Bianca). Il gruppo nasce che per rispondere ai bisogni concreti delle donne del quartiere, dando minore importanza agli elementi strettamente teorico-ideologici. Sulla scorta di diverse esperienze di attivismo femminista in zone periferiche delle città italiane, anche questa realtà si concentra su una “prassi femminista”, volta al coinvolgimento e alla sensibilizzazione delle donne del quartiere. Negli anni di attività verranno organizzati cineforum, dibattiti sulla contraccezione, la maternità e la menopausa.

Rovereto


Centro Medico delle donne (1975 - 1980) Negli anni in cui nasce il Centro Medico di Rovereto, come consultorio privato, è ancora vietata la diffusione di informazioni rispetto agli anticoncezionali e per ottenere la pillola bisogna ricorrere ad una ricetta medica, con tutte le difficoltà e tabù che implica questa operazione. Il Centro presta un servizio di informazione sulla salute femminile, sono presenti un ginecologo e un medico che visitano le pazienti gratuitamente. Ma oltre ad essere un luogo dedicato alla salute il Centro medico, che di fatto si trova all’interno di un appartamento privato, è anche un centro di aggregazione, di incontro e di dibattito; qui la sera si svolgono riunioni tra sole donne e si svolgono le prime sedute di autocoscienza femminile. Il Centro Medico ha una vita vivace e non senza imprevisti: l’appartamento è spesso senza riscaldamento, tutto il personale svolge la propria attività su base volontaria, e in diverse occasioni le frequentatrici del Centro si presentano alle riunioni del comprensorio locale chiedendo a gran voce l’apertura di un consultorio pubblico. In almeno un’occasione le riunioni del comprensorio si sono chiuse anticipatamente per la troppa agitazione popolare e non sentendosi ascoltate alcune partecipanti hanno disegnato sui vetri e sugli armadietti del Comprensorio (che si trovava in via Tommaseo) dei simboli femministi.

Coordinamento Donne Rovereto (1979 - anni ’80) Si tratta di una vera e propria costola del Centro Medico di Rovereto, dato che è nato per volontà delle donne che frequentano le riunioni nel consultorio privato. Il gruppo è composto da una quindicina di donne, sui trent’anni, per lo più impiegate e operaie e si caratterizza per il fatto che è composto da donne che non provengono da precedenti esperienze in altri gruppi femministi. Come gruppo si incontrano per come donne ma soprattutto come amiche e la loro principale preoccupazione è quella di individuare delle modalità per portare “fuori” dal gruppo le istanze e i temi di cui dibattono in privato. Ottengono uno spazio autogestito all’interno di Radio Stivo, un’emittente privata locale, dove per un’ora alla settimana trattano temi legati alla salute femminile. A questo gruppo fanno riferimento anche gruppi più piccoli della Vallagarina, come quelli di Calliano e Volano, ma hanno rapporti anche con i gruppi di Trento e del Basso Sarca.

Gruppo di Lavoro 150/ore (1979-1982) Nato in seno ai gruppi sindacali CGIL - CISL - UIL rappresentano una conquista importante per le lavoratrici roveretane. Si tratta infatti dell’istituzione di ore di lavoro retribuite che le donne possono dedicare alla formazione: per lo più si tratta di corsi monografici, autogestiti dalle lavoratrici e che hanno prodotto importanti spunti di riflessione sull’identità femminile e sul ruolo della donna. Le aree tematiche toccate durante le 150 ore di formazione danno alle donne maggiore consapevolezza sullo stretto legame tra salute e famiglia, tra lavoro e gestione dei figli, ma anche sul rapporto con gli uomini e con la sessualità. Ultimo, ma non per importanza, questi corsi hanno permesso di generare nuove connessioni di reciprocità tra le donne, mettendo in relazione percorsi di vita differenti per età, stato sociale, provenienza e livello culturale.

Valle dei Laghi


Collettivo Basso Sarca (1973 - 1983?)

Il gruppo è composto da una ventina di donne di età compresa tra i 20 e i 40 anni, provenienti da Arco, Riva e Dro. Nascono con la precisa intenzione di slegarsi dai gruppi politici e che pur riunendosi a scadenza settimanale, sentono forte l’esigenza di intervenire, con dei comunicati, di volta in volta che un avvenimento politico attira la loro attenzione. Gli interventi “esterni” di questo gruppo sono rari e, per stessa ammissione delle partecipanti, frutto di un importante lavoro di dibattito e discussione interna. Non per questo mancano i contatti e le azioni pro-attive verso l’esterno: diverse attiviste hanno preso parte a convegni nazionali, hanno steso articoli per “Quotidiano Donna” e sono in contatto con realtà fuori provincia come il Collettivo Pompeo Magno, la Casa delle Donne di Roma e la Libreria delle donne.

Valsugana


Collettivo Donne di Pergine (1974 - ?)

Il Collettivo perginese nasce da una scissione del circolo culturale “Il Botolone” e vi aderiscono inizialmente una ventina di giovani che desiderano affrontare i temi tradizionali del dibattito femminista. Una seconda rottura caratterizza la vita del gruppo, che nel 1976 vede staccarsi una decina di donne appartenenti a Lotta Continua: motivo della divergenza sono le posizioni “antimaschio” delle donne di LC mentre le altre attiviste condividono una visione più dialogante e votata alla collaborazione. Il collettivo promuove diverse iniziative sul territorio, come una raccolta firme per l’apertura di un consultorio, una conferenza sul diritto di famiglia (1977), cicli di dibattiti monografici su temi come la coppia, il ruolo dei genitori e la salute femminile. Notevole è stato l’impegno del gruppo di Pergine nel periodo del referendum sull’aborto con un capillare lavoro di contatti e sensibilizzazione in realtà più periferiche, come Borgo Valsugana, Calceranica, Levico e Civezzano, che porteranno a loro volta alla nascita di gruppi attivi anche nei centri più piccoli.

Collettivo Donne Bassa Valsugana (1976 - ?) Nato in seno alle lotte sindacali legati alla chiusura di una fabbrica della zona, fin dall’inizio nel Collettivo Donne Bassa Valsugana è caratterizzato da differenze di posizione e di aspettative che ne segneranno l’attività: da una parte la componente studentesca, concentrata sui percorsi dell’autocoscienza, dall’altra la frangia operaia con l’esigenza di agire in modo attivo e concerto. Sono diversi i campi di attività del Collettivo, salute, lavoro, cultura, il tutto caratterizzato da una forte voglia di aggregazione e condivisione rispetto alla presa di coscienza da parte delle donne.

Giudicarie


Gruppo Donne delle Giudicarie (1976 - 1980) Si tratta di un gruppo fortemente consapevole della propria identità “di periferia”, che riconosce la differenza con i movimenti cittadini e che, pur importandone le idee e teorie, riesce a sopravvivere solo se si adatta alla realtà. Il gruppo sente la responsabilità di dare voce alle donne che frequentano le riunioni settimanali che si svolgono a Tione e che vedono una componente sociale molto varia: dalla casalinga alle donne attive politicamente, dalle studentesse alle operaie, passando per le disoccupate e impiegate. Tutte sono accomunate dal desiderio di confrontarsi attraverso il metodo dell’autocoscienza. Uno degli obiettivi pratici è quello di coinvolgere il mondo della politica nel tema della salute e della prevenzione al femminile: il gruppo opererà con impegno a tutti i livelli fino a vedere cinque delle attiviste coinvolte nel Comitato Sociosanitario Comprensoriale. Con la fine del Comitato coincide il disgregamento del Gruppo, che allo stesso tempo soffrirà la difficoltà di scardinare una mentalità valligiana chiusa e poco abituata alla partecipazione diretta e fortemente influenzata dalla Chiesa.



background

Il Pane e le Rose

“Perché le ragazze non dovevano combattere solo con il padrone ma dovevano combattere anche con la famiglia, perché figurarsi: già l'occasione che ti sei trovata il posto di lavoro, che già andare a lavorare... e in più vuoi fare la sinistrorsa, vuoi fare la contestazione e vuoi fare gli scioperi... era veramente uno shock culturale.”
(Ex sindacalista Fiom e FLM)


La nuova soggettività operaia


Anche e non secondariamente sull’onda delle mobilitazioni studentesche del ‘68 si attiva una forte spinta partecipativa anche nei luoghi di lavoro, che vede la classe operaia protagonista di un’intensa stagione di rivendicazioni sindacali e politiche. Un momento chiave della conflittualità operaia è il famoso “l’autunno caldo” del 1969. Il conflitto di lavoro in tutta Italia inizia a ragionare “oltre i cancelli della fabbrica” (Schmid, 2006), aprendosi alla società e interrogandosi su grandi temi: la salute sul luogo di lavoro, i trasporti, la qualità del servizio sanitario, il diritto all’istruzione e alla cultura, il diritto alla casa e l’urbanistica dei quartieri popolari.


È chiaro dunque che l’agitazione operaia assume una funzione politico-sociale che va oltre il conflitto di lavoro, che dalla fabbrica si muove verso la società. Il contratto di lavoro diventa l’arma per il cambiamento sociale e la contrattazione sindacale acquisisce una forte valenza politica. “L’ambito del conflitto venne pertanto a incardinarsi tutto sulla fabbrica, locus politico e habitat sociale delle relazioni e delle tensioni fra lavoro e capitale” (Accornero, 1992, p. 92).

Cosa accade in Trentino?


“Non è stato semplice avvicinare la classe operaia trentina, superare la diffidenza degli operai. Molte di queste ex commissioni interne venivano dalle lotte dure dell'antifascismo o degli anni '50. Per guadagnarmi la fiducia bisognava saperci anche lavorare e stare insieme, soprattutto, sciogliere subito questa cortina di diffidenza. Non c'era mica il diritto di assemblea in fabbrica, per cui le riunioni sindacali fino a dopo il '68 erano riunioni semi-clandestine, nel senso che ci si trovava o prima dell'inizio del turno o dopo la fine della giornata nei bar un po' più vicini alla fabbrica.”
(Sandro Schmid, ex-segretario FIOM CGIL)


La provincia di Trento all’inizio degli anni Sessanta è un territorio povero e periferico rispetto ai processi di modernizzazione e boom economico che stanno interessando altre zone dell’Italia. La provincia è caratterizzata da un’economia prevalentemente agricola di sussistenza e da un massiccio fenomeno migratorio, avviatosi già negli ultimi decenni dell’Ottocento. La struttura sociale, in linea con quella economica, ha tratti marcatamente tradizionalisti: il ruolo di controllo e mediazione sociale della chiesa è centrale e la Democrazia Cristiana egemonica e territorialmente capillare, sia in termini elettorali, sia culturali. Esistono tuttavia isole di cultura socialista e comunista, localizzate prevalentemente nelle aree urbane di Trento e Rovereto. La sindacalizzazione è quasi inesistente nelle poche fabbriche e aziende artigiane, dove prevale una regolazione dei rapporti improntata ad un paternalismo gerarchico, che mantiene saldo il viscerale tabù del conflitto proprio della cultura politica bianca.

Sono dunque anni difficili per sindacati e operai, caratterizzati da un controllo padronale strettissimo: i lavoratori e le lavoratrici sindacalizzati/e vengono demansionati, messi nei reparti più duri, ostracizzati in tutti i modi possibili. La situazione comincia a cambiare nei primi anni ‘60, grazie alla crescente industrializzazione, con un conseguente aumento della richiesta di forza lavoro quindi e una maggiore forza contrattuale da parte di operai e operaie. Entra in fabbrica una nuova generazione, nata nel dopoguerra, che non è immune ai processi di modernizzazione culturale in atto. A quest’ultima contribuisce in modo significativo anche l’arrivo dell’Istituto superiore di scienze sociali, nel 1962, portando un’ulteriore sferzata di modernità e apertura. È in questo contesto che si prepara il terreno per l’esplosione della protesta studentesca nel 1968 e a seguire, nel 1969, quella operaia.

Anche in Trentino si avvia dunque la sindacalizzazione e politicizzazione delle fabbriche. In questo processo i moti del ’68 e il movimento studentesco hanno un ruolo importante, poiché portano in città un fermento politico e di contestazione che viene recepito dal tessuto produttivo. Il movimento studentesco, a sua volta, entra in contatto con i luoghi di lavoro, soprattutto nel periodo tra il 1968 e il 1971, intessendo una relazione con il movimento operaio che, sebbene non priva di scontri e distanze, sarà importante per entrambe le parti. Hanno un ruolo di rilievo, in quella frase, la FIM-CISL, guidata dal carismatico Giuseppe Mattei, figura storica delle lotte operaie in trentino, e anche le Acli, che rientrano in un particolare tessuto cattolico progressista che assume posizione di aperta critica al capitalismo e vanta una diffusione capillare nel territorio.


Le donne in fabbrica: sempre una lotta in più

“Le donne erano in catena con le altre, facevano la stessa mansione dell'uomo e prendevano meno di paga, però. C'era sempre quei tre, quattro punti in meno di paga. Una delle prime battaglie è stata quella sulla parità di mansione e parità di salario, che col tempo abbiamo vinto, insomma, è stata superata, anche se non del tutto nei fatti”.
(Bruna Fontanari, ex-sindcalista nella Federazione Lavoratori Metalmeccanici e nel Coordinamento donne della FLM).


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Sono quindi evidenti gli ostacoli alla sindacalizzazione e alle lotte operaie nella prima metà degli anni ‘60; ma ancora più difficile è la partecipazione femminile. Le difficoltà, già intrinseche al luogo di lavoro, erano però anche esterne, a causa del forte controllo sociale, da parte delle famiglie e della società, in particolare nei piccoli centri abitati che caratterizzano il territorio trentino e i luoghi di provenienza delle operaie stesse.

Queste le parole di una ex-sindacalista FIOM e FML sul clima dell'epoca: “Perché le ragazze non dovevano combattere solo con il padrone ma dovevano combattere anche con la famiglia, perché figurarsi: già l'occasione che ti sei trovata il posto di lavoro , che già andare a lavorare... e in più vuoi fare la sinistrorsa, vuoi fare la contestazione e vuoi fare gli scioperi... era veramente uno shock culturale all'interno dei paesi, nelle famiglie. […] E allora non era facile andare a organizzare le lotte. E non era facile, comunque, arrivare nelle valli: lì c'era la pastorale del lavoro che ci aiutava, c'era Don Giuseppe Grosselli, che era alla pastorale del lavoro. Allora, per dire, io provai a fare una riunione in qualche valle dove avevi occupazione femminile però non potevi assolutamente entrare, era anche difficile dire alle ragazze “Venite, che andiamo al bar, perché eccetera eccetera” e alle volte avevamo la sponda della pastorale del lavoro che ci apriva la parrocchia e ci consentiva di fare la riunione in parrocchia. Addirittura, qualche volta veniva il sindaco davanti ai cancelli della fabbrica a guardarle una per una e a dire “Vi conosco tutte!”

Se per gli uomini è stato difficile per le donne lo è ancora di più, perché il conflitto viene portato anche nelle relazioni della cosiddetta sfera privata, che poi alla fine, a ben guardare, tanto privata non è. Le donne sono molto condizionate dalle famiglie : genitori che si mettono di traverso, fidanzati che si arrabbiano, un intero sistema sociale che cerca di spegnere la fiamma della contestazione. Alcune, dopo l’entusiasmo delle prime riunioni e la voglia di rivendicazione, mollano tutto dopo le accese discussioni tra le mura domestiche. Altre tengono duro, ma il pregiudizio e le chiacchiere di certo non aiutano. Tuttavia, una rete di supporto, non solo di matrice sindacale, ma anche legata al cattolicesimo operaio (di cui don Grosselli è uno storico esponente), aiuta alla creazione di reti di attivismo.


Fabbrica, Sindacato e Università: intrecci e scambi virtuosi

“Su questa questione, io, facendo una battaglia all'interno dell'FLM ho detto: "Guardate ragazzi che qua dobbiamo far parlare le donne, perché altrimenti abbiamo una parte dei lavoratori che non sono rappresentati perché non parlano". "È ma queste donne, che dicano la sua, che glielo impedisce?". E avanti, solito discorso no? E comunque qualcuno aveva capito e allora ho detto: "Facciamo le assemblee per sole donne". Allora lì c'è stato uno scontro con il consiglio di fabbrica, maschile, alla Michelin soprattutto, alla Michelin. Nonostante questo, noi abbiamo tenuto duro e abbiamo detto: "Facciamo l'assemblea dei reparti per sole donne".
(Fontanari).


“Il consiglio di fabbrica era duro su questo argomento: "Volete spaccare la classe operaia" […] avevamo anche fatto un questionario sul lavoro, sulle mansioni, sul perché le donne non sono riconosciute alla pari dell’uomo. […] ci abbiamo lavorato sopra, poi abbiamo codificato tutto: mi hanno aiutato quelli di Sociologia, non mi ricordo più i nomi, ma c'erano degli studenti che mi hanno aiutato anche a fare ‘sta cosa, e era venuto un bel lavoro, me ricordo. So che l'ho portato a Roma, al coordinamento nazionale.”
(Fontanari).

Oltre alla sfera privata le donne incontrano resistenze anche nel movimento operaio e nel sindacato, che da una parte si rinnova ma, dall’altra, porta con sé una cultura e delle pratiche organizzative ancora di tipo maschile, rivelando la necessità di diversi passaggi interni, talvolta conflittuali.

Si profila un lavoro duro ed intenso per le donne del sindacato, volto a smuovere le resistenze interne e a cambiare la cultura operaia. Un lavoro che diventa anche indagine sulle specifiche condizioni e bisogni delle lavoratrici, condotto grazie all’aiuto degli studenti di sociologia: la FLM promuove un questionario tra le lavoratrici e, come per la tesi di laurea del Cerchio Spezzato, la circolazione del sapere ed il suo uso nella costruzione della mobilitazione politica, vede una piena trasmissione del femminismo dentro l’attività sindacale. Un uso degli strumenti culturali in chiave sindacale e operaista che, come vedremo, tornerà nel percorso delle 150 ore.

Ancora una volta, si impone l’esigenza di indagare il punto di vista delle lavoratrici, per legittimarlo internamente ed esternamente. In questo modo irrompe il soggetto politico donna anche dentro il mondo del lavoro. Un ingresso che porta con sé, come era stato per il ’68 di sociologia, tanto una messa a critica del mondo esterno, quanto delle relazioni interne. Le lotte operaie delle donne cambiano quindi sia il tessuto lavorativo, sia quello sociale e culturale, sia quello sindacale e interno alla sinistra, determinando un avanzamento non solo dentro il luogo di lavoro, ma anche al di fuori, mettendo in pratica la spinta femminista.

“È una cosa gloriosa! L'entrata di grandi masse femminili dentro la composizione sociale operaia del Trentino è determinante: non solo dal punto di vista della qualità delle lotte dentro le fabbriche, ma poi anche nel contesto sociale. […] Soprattutto quando nasce una serie di fabbriche, anche significative, in tutte le valli e lì sono prevalentemente femminili: dalla Nova Motori in Val di Sole, alla Mondadori in Val di Non, alla Brinkmann a Pergine, la Coster a Calceranica. Non era facile […] dove riuscivano, lì cambiavi il volto della società: non era il discorso della lira in più, del salario in più, ma aveva un valore culturale, politico e sociale nel vero senso della parola, perché proprio incidevi sulla carne viva di un tessuto culturale vecchio e quindi facevi nascere veramente una nuova primavera, dentro lì.”
(Schmid).


Quando nasce la FLM comincia a costituirsi, in parallelo, l’idea di far nascere al suo interno un Coordinamento donne. L’idea, che nasce sul piano nazionale sulla spinta del movimento delle donne e dunque sulla centralità che il punto di vista femminista ha assunto nel discorso pubblico, prende piede anche in Trentino. Le stesse donne attive nella FLM si danno quindi da fare per far nascere un Coordinamento donne locale.

Le elaborazioni dei Coordinamenti spaziano su temi quali l’orario di lavoro, in particolare si sviluppa un ampio dibattito sul part-time e sui turni notturni, e i corsi di aggiornamento professionale, fino a questioni legate all’integrazione tra i luoghi di lavoro e i servizi sul territorio. Non mancano inoltre indagini sulla salute in fabbrica, arrivando a temi più personali (ma non per questo meno importanti dato che “il personali è politico”) quali l’organizzazione familiare e la sessualità. Analogamente a quanto avviene in altri contesti, la nascita del Coordinamento donne FLM in Trentino è un punto d’arrivo di un percorso informale, nato sulla spina della prima sindacalizzazione operaia, poi dell’esigenza di confrontarsi fra sole donne, in assemblee separate e anche dall’indagine sulle condizioni di lavoro delle donne. Dall’esperienza del coordinamento donne della FLM si sviluppa poi anche quella dell’Intercategoriale donne CGIL CISL e UIL, che comprende le donne afferenti a tutte le categorie dei tre sindacati, estendendosi quindi dal settore metalmeccanico a tutti gli altri.

150 ore

“Le 150 ore nascono dalle lotte dei metalmeccanici che chiedono per la prima volta, sull'onda dell'autunno caldo, come parte del contratto, del tempo per la formazione. Ma non solo in termini di formazione professionale, che allora era molto importante perché c'erano ancora tassi di analfabetismo. Ma in termini che anche i lavoratori hanno diritto alla cultura, al tempo libero, ad imparare a suonare il flauto se vogliono. Era molto bello, ed è una cosa di cui si è persa totalmente la memoria, anche dentro le lotte sindacali. Quest'idea del pane ma anche delle rose, avrebbero detto i movimenti femministi, ma valeva anche per gli operai”.
(Chiara Saraceno, Ex docente facoltà di Sociologia e responsabile scientifica dei corsi 150 ore per l’Università di Trento)

In questa fase di forte partecipazione, spinta rivoluzionaria, afflato utopistico e conquista di nuovi diritti, il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici nel 1973 vengono ottenute le 150 ore per il diritto allo studio. Per dirla con Anna Frisone “la conquista delle 150 ore per il diritto allo studio […] nasce dall’intersezione tra le spinte critiche al modello scolastico autoritario e conformista mosse dagli studenti e la nuova relazione tra fabbrica e società individuata dal sindacato come snodo politico centrale delle proprie lotte" (Frisone, 2014, pp.18-19).

Ottenute con il contratto dei metalmeccanici, le 150 ore si estendono poi gradualmente ad altri settori dell’industria e del pubblico impiego. Rappresentano un passaggio importante, un vero e proprio salto dalla tutela dei diritti individuali dei singoli lavoratori-studenti, alla rivendicazione collettiva, di massa, del diritto all’istruzione e alla cultura. Vengono innanzitutto utilizzate per l’assolvimento dell’obbligo scolastico. La riforma scuola media unificata del 1962 aveva portato tale obbligo alla licenza media, ma nel 1973 (anno dell’istituzione delle 150 ore) il 76,5% di lavoratori/trici dell’industria non aveva raggiunto quel titolo di studio.

Quindi in prima battuta i corsi rispondono all’esigenza di consentire a tutti e a tutte di raggiungere il traguardo dell’obbligo scolastico. Si tratta di una questione di alfabetizzazione, emancipazione e e giustizia sociale per i/le lavoratori/trici che erano stati esclusi dal diritto allo studio. Si parla allora di una democratizzazione di massa del comparto industriale, un concetto che non può prescindere dalla mobilità sociale e dall’arrivo in fabbrica di nuove generazioni con esigenze e sogni diversi per il proprio futuro rispetto alle precedenti. Su questa prima esigenza, si innesta e si mescola quella dei corsi cosiddetti ‘monografici’, ovvero non direttamente finalizzati al conseguimento del titolo di studio, ma volti all’ approfondimento di specifiche tematiche formative e culturali. Anche in Trentino, come nel resto d’Italia, vi è un graduale passaggio dalle 150 ore da corsi operai a strumenti di acculturazione di massa, con una crescente partecipazione di altri settori della società, come disoccupati, giovani e casalinghe.

Dieci anni dopo: dalle lotte universitarie un nuova eredità

Ed è proprio in questo percorso di progressiva apertura che si innesta l’esperienza maturata dal femminismo, dando luogo ad un percorso specifico: le 150 ore delle donne. I corsi, che cominciano svilupparsi in tutta Italia (con una maggiore prevalenza al Nord) sono declinati in maniera separatista, come percorsi pensati dalle donne e per le donne. Le lavoratrici cominciano a pensare che non soltanto i rapporti di classe devono essere rivoluzionati, ma che devono essere drasticamente modificati anche i rapporti di natura sociale e culturale che, contribuiscono a porre le donne in posizione di costante subordinazione. Le “150 ore delle donne” consentono di utilizzare un tempo “tutto per sé” nel quale approfondire argomenti anche controversi come sessualità, immagine e conoscenza del corpo, controllo delle nascite.


“Dire “Torno un'ora dopo” quel giorno alla settimana costava in termini di negoziazione, costava in termini di tempo perché poi dovevano recuperarlo in qualche modo, però era veramente la creazione di uno spazio per sé. Quindi per molte di loro è stato molto importante e per noi – adesso poi io parlo per me – anche, perché poi per molte di noi era il primo contatto con una realtà diversa, con donne diverse, che potevano avere l'età delle nostre mamme, oppure avere la nostra, ma erano situate diversamente”
(Attivista femminista, organizzatrice dei corsi 150 ore delle donne in Trentino)


Dopo un primo periodo di assestamento le 150 ore diventano un appuntamento fisso di grande crescita personale ed un diritto ormai incontestabile, anche in Trentino. In questo scenario torna ancora una volta il ruolo della facoltà di Sociologia, con percorsi pensati insieme alle ormai ex-studentesse, ora diventate giovani docenti e ricercatrici proprio presso l’Università di Trento. Tra il 1979 e il 1984 si consolida la collaborazione tra sindacati, Università e gruppi femministi (Emma Baumgartner, Chiara Saraceno, Silvia Gherardi, Francesca Sartori, Elena Schnabl sono alcune delle docenti di quel periodo). A loro volta le docenti collaborano con diverse attiviste femministe che, provenendo da diversi gruppi locali, propongono temi, si fanno carico dell’organizzazione concreta, collaborano nella costruzione dei percorsi didattici, in un felice scambio tra rete femminista e istituzione universitaria. I percorsi formativi si arricchiscono grazie a questo lavoro di sinergia e matura un’inedita unione di politica e cultura, scienza e divulgazione, ricerca e lavoro sociale che qualifica l’esperienza delle 150 ore in Trentino come una delle più significative nel panorama nazionale.

I centri principali di aggregazione e frequentazione dei corsi sono Trento, Rovereto e Riva del Garda. Qui si svolgono corsi monografici con diversi focus tematici: riflessione sull’identità femminile, i legami tra salute e famiglia, tra lavoro e carichi di cura, approfondimenti sulla scrittura delle donne, i rapporti affettivi e la sessualità. Nella loro organizzazione gioca un ruolo importantissimo l’esperienza delle attiviste del Centro Medico sociale di Rovereto, che animano con passione costanza la programmazione dei corsi, anno dopo anno. Una caratteristica interessante, che rimarca lo spirito anti-autoritario e non gerarchico delle 150 ore, è il continuo dialogo tra il sapere esperto (portato dalle docenti e singole esperte su temi specifici che venivano invitate) e l’autogestione, la libera discussione, così come l’espressione del vissuto portato delle singole partecipanti ai corsi. Come abbiamo già ampiamente visto, si tratta di elementi della pratica politica femminista, il partire da sé, l’autonarrazione, il personale che diventa politico, che si intrecciano all’interno di una esperienza didattica che ha il sapore del riscatto e della crescita collettiva.

Elenco corsi 150 ore documentati presso gli archivi consultati, i contenuti sono tratti dai documenti di programmazione didattica:

1979 - La salute della donna e l’ambiente di lavoro

72 ore totali, 1 pomeriggio alla settimana, 4 ore, da febbraio a giugno.
Contenuti: Riappropriarsi come donne di una conoscenza del corpo e dei bisogni fisici e psichici per imparare a gestire la propria salute e acquisire gli strumenti per un controllo e un miglior rapporto con la medicina ed il medico; incidere sulle cause e strutture che compromettono la salute (ambiente di vita e lavoro) nel tentativo di promuovere una reale prevenzione primaria; individuare gli strumenti organizzativi nell’ambiente di lavoro e sul territorio per la difesa della salute in generale e della donna in particolare.


1980 - Famiglia, lavoro, sessualità: spazi dell’esperienza femminile - Rovereto

16 settimane, da febbraio a giugno, 1 incontro alla settimana.
Contenuti: lavoro e doppia presenza delle donne (lavoro domestico e di cura e lavoro nel mercato); mercato del lavoro femminile; evoluzione storica del ruolo della donna nella famiglia; rapporto con il corpo e sessualità femminile; espressività e tecniche corporee; maternità e identità femminile; fisiologia del corpo femminile; contraccezione, gravidanza, parto, aborto; Consultori: incontro con gli operatori locali; l’unità sanitaria di base e le strutture ospedaliere locali; tutela e prevenzione della salute della donna nell’ambiente di lavoro (con la presenza di un relatore del Servizio di medicina del lavoro).


1981 - “Le identità femminili” - Rovereto

Da gennaio a maggio, 1 incontro settimanale.
Contenuti: le identità femminili analizzate nei percorsi e “luoghi specifici” della loro costruzione (famiglia, lavoro, sessualità) e nelle immagini di esse presenti nella nostra società (leggi ecc.). Una parte veniva dedicata a “Donne e militanza sindacale” e un’altra a “Elaborazione della storia lavorativa delle corsiste. Individuazione di uno schema di ricorrenze e di categorie di riferimento. Visualizzazione statistica e lettura tematica delle stesse.


1982 - Comunicazione, conflitto e rapporti interpersonali - Rovereto

Da gennaio a giugno, 1 pomeriggio alla settimana.
Contenuti: lavoro attorno alla relazione tra comunicazione, linguaggio e potere, analisi della comunicazione delle donne in famiglia, tra donne, al lavoro; analisi della rappresentazione autorappresentazione filmica delle donne; analisi della molteplicità dei livelli e dell’ambiguità della comunicazione.


1982 - Solidarietà, amicizia, amore nei percorsi di vita pubblica e privata delle donne - Riva del Garda

Contenuti: analisi storica delle relazioni familiari, tra passato e presente; analisi delle reti di solidarietà su più livelli: in famiglia, nelle organizzazioni, in politica; analisi della dimensione domestica ed extra-domestica del lavoro; analisi dei rapporti di amore tra bisogni, rappresentazioni, dimensione corporea, dimensione comunicativa e sua ambiguità.


1984 - I linguaggi espressivi nei territori delle donne - Riva del Garda

Contenuti: Il corpo della donna: rappresentazione del sé attraverso la verbalizzazione, la pittura, il corpo come territorio in relazione agli altri; La casa. Rappresentazione fantastica della casa attraverso modelli con carta velina, collage e altri mezzi espressivi; Spazi esterni: il lavoro fuori casa, i servizi sociali, territori politici degli uomini e delle donne (lavoro di rappresentazione sia verbale, sia plastico e artistico attraverso forme, colori, teatro).



Da questa rapida carrellata dei moduli didattici che si sono svolti in Trentino da fine anni ‘70 fino a metà degli anni ‘80 emerge chiaramente molto la fusione tra questioni più direttamente legate al mondo del lavoro ad altre prettamente femministe. Sono molto interessanti anche la modalità didattiche, che vanno ben oltre la lezione frontale: si utilizzano mezzi come l’autoinchiesta e la narrazione verbale, ma c’è anche un ampio spazio dedicato all’espressività corporea e artistica, eredità quest’ultima di un percorso proprio delle mobilitazioni di allora, dal living theatre ai collettivi artistici, passando per la cultura hippie.

I corsi delle 150 ore rappresentano quindi non solo un’esperienza unica all’interno del mondo dei luoghi di lavoro e in particolare del mondo femminile, sono anche una vera e propria fotografia di un periodo e dei suoi cambiamenti. In esse si depositano saperi, percorsi, approcci, metodi diversi propri di una particolare stagione politica, senza dimenticare la peculiarità territoriale: un luogo come il Trentino fatto di periferie con una vita lavorativa e culturale concentrata in pochi centri urbani. Fondamentale anche il passaggio da una struttura più rigidamente e formalmente didattica, con temi legati al mondo del lavoro, per arrivare a un approccio più simile a quello del femminismo dei piccoli gruppi di studentesse che, come in un passaggio del testimone, appena pochi anni prima dava vita a modalità di incontro ed espressione tra donne fino ad allora inedite. .


Il Progetto

Il progetto FemMe (Femminismo e memoria) nasce dal lavoro della ricercatrice universitaria Elisa Bellè del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli Studi di Trento. Scopo della ricerca è quello di mappare e ricostruire la storia dei primi movimenti femministi trentini, purtroppo sconosciuta ai più, restituendola alla collettività, poiché essa è una parte importante del patrimonio culturale locale e nazionale. La ricerca si è occupata di ricostruire le principali vicende del movimento femminista in Trentino tra il 1968 e il 1985: due decenni intensi, di partecipazione, lotte, conquiste. Le articolate vicende di quel periodo così intenso sono state ricostruite grazie a dieci interviste a testimoni privilegiati (attivisti sindacali e politici, studenti dell’epoca ecc.), trenta alle attiviste femministe e sindacali appartenenti ai diversi gruppi rintracciati , e alla ricerca di documentazione originale negli archivi storici locali.



Perchè questo sito

La realizzazione di questo sito è frutto della stessa intenzione che ha mosso la ricerca della dottoressa Bellè: restituire alla memoria collettiva e al territorio una parte importante della sua storia. Uno strumento per condividere i risultati del lavoro svolto e per avvicinare al tema anche un pubblico non specialistico, perché la ricerca deve essere di tutt* e per tutt*. Gli obiettivi della ricerca: tra prima e dopo. Il progetto è di impostazione interdisciplinare – sociologica e storica – e persegue un duplice scopo. In primo luogo riscattare dall’oblio una importante vicenda politica e civile di partecipazione e cambiamento, che rischia di essere dimenticata e posta al margine della memoria collettiva come spesso avviene, quando si tratta di storia delle donne. In secondo luogo, la ricerca interroga le fratture tra prima e dopo l’arrivo del movimento femminista nella vita delle donne. Che cosa accade con la nascita del movimento? Quali trasformazioni personali, collettive e sociali si innescano? E, infine, che cosa, di quella stagione di lotte, si è depositato nella contemporaneità?
Questo sito è stato realizzato grazie al sostegno della Commissione provinciale per le Pari Opportunità tra donna e uomo.



Metodologia e Fonti

La ricerca si è avvalsa di un approccio interdisciplinare, intrecciando la prospettiva storica a quella sociologica, combinando analisi delle fonti d’archivio e interviste. Due sono i principali archivi a cui si è attinto: il Centro di Documentazione Mauro Rostagno, istituito presso la Fondazione Museo Storico di Trento, l’Archivio delle donne di Rovereto, frutto del prezioso lavoro di raccolta documentale condotto dall'Osservatorio Cara Città, ora disponibile presso la Biblioteca Comunale di Rovereto. Il lavoro di analisi dei documenti - volantini, scritti politici, manifesti, articoli di giornale e foto dell’epoca - restituisce vividamente vicende, rivendicazioni e linguaggi del periodo. Le interviste alle protagoniste dei vari gruppi femministi, così come delle donne attive nel sindacato e nei luoghi di lavoro, contribuiscono invece ad una ricostruzione della memoria e dei percorsi soggettivi. Le interviste sono state inoltre un mezzo molto importante per restituire centralità narrativa e riconoscimento pubblico a quelle donne (almeno a una parte di loro) che, grazie al proprio impegno in prima persona, hanno prodotto importanti cambiamenti politici e sociali. Tutta la vita deve cambiare era un noto slogan dell’epoca. E infatti i racconti delle intervistate restituiscono lo slancio verso un cambiamento radicale, un rivolgimento viscerale dei modi della vita, delle forme del pensiero e delle prassi politiche, portato avanti con desiderio e determinazione, per se stesse, ma anche per le generazioni di donne che sarebbero venute dopo.



Didattica e Divulgazione

Il progetto FemMe non si ferma alla ricerca accademica e alla diffusione attraverso questo sito web. Una parte fondamentale e integrante del lavoro della dottoressa Bellè è infatti la didattica che si espirme attarvareso dei laboratori rivolti agli Studenti di scuola secondaria di secondo grado. Attraveso fotografie, manifesti, interviste e la bibliografia del periodo storico in esame, i laboratori sono focalizzati su alcuni passaggi importanti nel dialogo tra ricercatrice e attivista/e intervistata/e ai fini di questa ricerca; in questo modo gli studenti attraverso la lettura di testi scritti gli studenti in modalità autogestita possono riscontrare la dimensione personale di presa di coscienza dell’intervistata prima di tutto come persona, come donna, come studente e in un secondo tempo come attivista di un gruppo (Cerchio spezzato) nel più vasto ambito del movimento del ’68. Le interviste a personalità legate alla storia della città di Trento e al movimento stesso(es. Boato) arricchiscono il modulo didattico evidenzando il punto di vista maschile e delle istituzioni stesse per alcuni aspetti.
Obiettivo di questa attività è quello di far comprendere, all’interno del contesto storico del 68’ che cosa è stato il femminismo, come lo si è vissuto a Trento, partendo non da definizioni precostituite ma da pensieri, ambienti di provenienza di donne e uomini che ci restituiscono una particolare lettura della città di Trento in quegli anni in cui avviene il formarsi di una piccola comunità femminile, universitaria che sarà fondamentale per uomini e donne nel loro percorso di vita personale e professionale a Trento e in altri luoghi d’Italia.

Il progetto FemMe avrà inoltre uno spazio all'interno della trasmissione "Lab", che andrà in onda sul canale History Lab curato dalla Fondazione Museo Storico del Trentino. Il format della trasmissione racconta le tante associazioni che sul territorio trentino si occupano di storia e memoria, ne racconta il dietro le quinte, le principali attività e i gruppi di lavoro. Recentemente il format si è allargato anche ai progetti di ricerca e ai convegni a tema storico, intervistando i relatori e le relatrici e mostrando le fonti,a volte inedite ed inaspettate, della ricerca. La trasmissione è a cusa da Chiara Limelli e realizzata da Busacca Produzioni Video.

Risorse e Archivi


Per chi volesse approfondire con ulteriori ricerche, e/o focalizzarsi su altri contesti territoriali, riportiamo di seguito l’elenco, non esaustivo e in continua espansione, di siti e pagine web che documentano la storia del femminismo italiano.
I link sono riportati secondo una logica geografica, seguendo il criterio di capillarità e valorizzazione della storia locale perseguito da questo sito; la maggior parte delle risorse riportate sono riferibili ad archivi fisici oppure ad associazioni e realtà attive tutt’ora. Altri, riportati alla fine di questo elenco, seppure rappresentano risorse di sicuro interesse archivistico, non risultano aggiornate da diverso tempo e portano a riflettere ulteriormente sulla necessità di un lavoro metodico di catalogazione e diffusione del materiale presente online e offline.
Chiunque volesse contribuire all’elenco e/o segnalare altre fonti utili è invitata/o a contattare Elisa Bellè all'indirizzo elisa.belle@unitn.it

Trentino Alto Adige-Südtirol
Non esistono al momento archivi digitali disponibili on line, all’infuori dei documenti resi disponibili su questo sito, che sono una piccola parte di quelli rinvenuti nel corso della ricerca. Si segnalano qui i due archivi cartacei consultati:
Trento: Centro di Documentazione Mauro Rostagno, istituito presso la Fondazione Museo Storico del Trentino (per informazioni: archivi@museostorico.it)
Rovereto: Archivio delle donne, disponibile presso la Biblioteca Comunale di Rovereto. L’archivio al momento (dicembre 2019) non è ancora pubblico, poiché in fase finale di catalogazione; è comunque possibile consultarlo contattando info@osservatoriocaracitta.it o archiviodonnerovereto@gmail.com
Bolzano: sono disponibili diversi fondi presso l’Archivio storico delle donne/Frauenarchiv di Bolzano/Bozen (per informazioni: info@frauenarchiv.bz.it)

Piemonte
Pensiero Femminile
Archivio Donne Piemonte

Veneto
Circolo della Rosa

Liguria
Associazione per un Archivio dei Movimenti

Sardegna
Centro di Documentazione e Studi delle Donne di Cagliari

Lazio
Herstory
Archivi, Biblioteche, Centri di documentazione delle donne

Triveneto
Femminismo Ruggente

Emilia Romagna
Centro Documentazione Donne - Ferrara

Altre Risorse
Relelith.
Women.
Libera Università delle Donne.
Libreria delle donne
Storia delle donne
Generazioni - interfaccia di memoria condivisa ed azioni di genere
Archivio Movimenti

Siti non aggiornati
Associazione Piera Zumaglino
Università delle Donne